Note biografiche:LO STALLO Ventilatore che oscilla fioco, ad ogni distacco della corrente del fluido l’incidenza si fa critica sui piani, così cade la portanza e cado io in vite senza madrevite, senza importanza per oggi immangiato. Ti sapevo di terra e di castagna, di patata che sbucci e mela verde; però anche tagliato a metà lo sono nel senso di quei marmi che decorano gli androni, uguali eppure speculari. Siamo dove non troviamo nel libro stampato il filo e i tratti raccordanti di un corsivo, ma perfino ciascuna lettera è sola e non si incruna, oppure breve che non cuce, ai cuori. NOLENTE (a T.S. Eliot) La mia forza vitale viene meno come i capelli si fan più radi, e brizzolati e grigi… prematura caratteristica familiare costituzionale … si dice … eppure invecchio, ecco, invecchio. Cos’è la Nolontà? E cosa il Samadhi? Non porto più lunga la capigliatura castana, ondulata, con la frangia alla Sylvian, il germanico segno dei nati liberi o di medievale voluttuosa lussuria, né chioma incolta dei penitenti anacoreti e dei profeti aspiranti alla purezza … e non più mi ribello o contraddistinguo. Io sono infine un borghese. Nolente. Soltanto il taglio a spazzola ormai mi dona, perché solo si è fatto dignitoso e insieme giovanile. Quasi il mio capo sembra rasato come agli antichi schiavi condannati. Schiavo della mia fisiologica natura che pure accelera la desquamazione del cuoio capelluto, e non c’è nolontà, non c’è Samadhi: al problema della forfora non ho che lo shampoo antiforfora agli estratti ayurvedici o meno ma che sia regolarmente usato. Cos’è la melaleuca? E cosa l’Ayurveda? Andrò da un tricologo? Userò la Crescina con le ciclodestrine? Bella magia popolare, se vorrà infondermi ancora un po’ d’amore non più alla ragazza riuscirà di fare un nodo ai miei capelli. Come i capelli mi si fanno radi! Delila sensuale mi ha ingannato, i Filistei mi sono addosso: girerò la macina conformista imprigionato così in attesa del Giudizio, quando non io butterò giù le colonne che reggono il mondo. Vanità delle vanità, tutto è vanità, dico basta agli esosi barbieri. Ho comprato un tagliacapelli elettrico in bel materiale cristal trasparente. Ha i pettini distanziatori e molti accessori in dotazione… Mi taglio i capelli da solo, in drammatica religiosa tonsura, rinunzia al mondo, davanti allo specchio che eccede la pura e semplice funzione. E se il taglio è imperfetto e si vede che si veda: possa questo eccentrico fare a qualcuno un po’ di tenerezza. NON AVREI VOLUTO ESSERE QUELLA FOGLIA Non avrei voluto essere quella foglia morta di platano sola in mezzo al marciapiede pulito che la vecchia seccata di lì passando sotto una scarpa ha strascicato in strada prima di riprendere le sue faccende e il cammino NOTTURNO Le stelle sono lanterne cieche che nascondono Chi le porta e soltanto più compagnia mi fanno i nottuidi e gli altri seccanti ronzoni istupiditi che mai scaltriti all’impazzata secchi tonfano nella lampada. L’orologio al muro ininterrotti staccheggia passi gravi. Languido, rivolgo nella mente i miei fantasmi a mezzanotte, e del tempo sento le catene. O CASETTA, CHE GIA’ FOSTI UN PORTO Poesia scritta sulla falsariga di “O cameretta, che già fosti un porto” di Francesco Petrarca. O casetta di tinello e cameretta (e con ancora il bagno da rifare), che pur gran cosa fosti al mare aperto e alle tempeste dei miei vent’anni, via dai genitori finalmente, nell’aria e nella mente propositi e promesse di vita nuova; e non più sei vent’anni dopo agli ultimi anni migliori, che opprimente tana soffocante, e un altro cruccio vi si cova tra i tanti dei miei sempre più affannosi anni di single tartassato dai danni e malanni di una Italia che cambia ogni giorno più dura, cara e precaria parcellizzante (alienante?). O cameretta, indipendenza agognata, già porto alle mie giornate di ormai spento sottostipendiato dipendente col suo andare e tornare per diporto, che appartato e creativo poi vi sognava il suo momento, con la chitarra o alla scrivania - dov’era la fabbrica di prossima fama e riscatto, e la poesia: ora appena vi contieni il cumulo e il disordine del collezionista colto dagli anni a non coglier più l’attimo e il frutto delle fatiche. Con la sola certezza del tumulo, non c’è più spazio per altro ancora e forse nemmeno il tempo. Ho la sindrome di Sisifo che sarebbe di Atlante fossi io stato almeno marito, padre e professionista di classe medio-alta (ché quella media soltanto esangue pure si estingue); uno quindi con un vero mondo sulle spalle e non quello fantastico poi senza le palle. Non più un vivere maudit a loro affascina e a me conviene. Anche gli amici che han preso moglie e cresciuto i figli si fanno più radi e freddi e pigri e giudicanti. Quanto ai parenti poi non li ho mai amati. Non scrittore poeta o cantante né scienziato sportivo od altro di ancora o di fu chiara fama, quando avrò la mia minima - se vi sarà pensione - neanche s’invocheranno per me i benefici della Bacchelli col vitalizio esentasse al cittadino illustre in stato di bisogno. Di me lo Stato avrà avuto mai altro bisogno non postumo se non quello numerico anche al grido fuggitivo? * Ora, cambiato il senso superbo della giovanile solitudine, da questi pensieri cupi in questa casa rifuggerei il giorno e la sera, e il volgo, a me nemico e odioso (chi lo pensò mai?), per mio rifugio ricercherei tal paura ho di ritrovarmi più vecchio, povero e solo, afflitto come il tema di Ulisse sull’assolo di viola di Kashkashian ** spolpando e succhiando nòccioli di olive taggiasche come stasera ad ogni sorso prima di poter prendere più stordito e in pace un po’ di sonno. PARAKATALOGHE’ Il corpo robusto Di un nero sfingide Mi sveglia nel buio La finestra aperta La sente lontana Ma c’è Batte sul soffitto Spiritati Tonfi di spavento E sempre ritorna Nel posto più sicuro Là sopra l’armadio Anch’io sono incapace Di allontanarmi deciso Fino in fondo A tentare un’apertura Ma solo dentro Una più ampia notte PER ME SOLO Quando sarò anch’io un apolide Un ospite del mondo Uno di quelli Che avrà letto tutti i libri Ma non tutti avranno letto i suoi Che avrà parlato tutte le lingue Viaggiando ovunque sulla Terra Che si sarà offerto in sacrificio Come una moderna guerra altruista Dalle buone ingerenze umanitarie Senza seconde confessate conquiste E che non soltanto i figli Lo avranno ucciso In cuor loro Per essere degni e poi migliori Non resterà che scrivermi il segreto Per me solo Sulle pagine dell’ultima foglia Nel poco tempo che cadrà sul pacciame Perché li si decomponga Ai piedi di una improrogabile Genealogia PIURT-A-BEUL Mouth Music Martelletti rullano, tambureggiano. Ho buon trinciato da rollare a mano e Scozia per parte di antico sangue, fierezza non ritrosa al contraccambio. Guardatemi ora nell'iride verde di acque stagnanti e pagliuzze di vivido neuston, le nostalgie a volo d'uccello, fumo che scrocchia lieve ad ogni nota. Ho una danza di dita sulla tastiera e sulla barra spaziatrice, tartan in festa di chiazze e righe di ampiezza, quadrettate quartine su ternarie terzine, ciocche di tabacco fulvo, chioma della mia compagna roteante. POESIE QUASI ZEN Quanti ragni appesi a un filo sembrano volare! Trasmettono sempre: ho nostalgia di monoscopi e di effetto neve. Scale archeggi staccati tremolo e cavata… Perché alla mia età imparo il violino? Proprio perché non servirà a niente! Fuochi d’artificio e puzza d’insettifugo: tutto ha un nesso. Mai un equilibrio, ma eterno librarsi che mai si arresta. Oscillano le maschere riappese. Crepitio di foglie al vento; chiudo gli occhi ed è fuoco, è pioggia, è carta, è applauso… Cos’è? Silenzio dell’albero: dove sono nel suo profondo i rami e le radici? Foglie cadute, giaciglio antico della terra o è come se lo fosse. Al risveglio, com’è irreale il mondo dopo aver sognato! A cosa serve l’erba esplosa da un marciapiede? Intrecci di nuvole che guardiamo e dimentichiamo. Scaglio il giornale sul soffitto: il moscone è morto stecchito mentre in cortile miaula l’estro venereo. Arachidi tostate giganti: potessi anch’io preferibilmente consumarmi entro la data sopra indicata! QUARTO MONDO Sempre più funzioni Sono condensate Nella mia esistenza Un miracolo di ingegneria Aliena sulle scimmie Tra un socialmente integrato E l’altro Non ci si infila più un’unghia Un pensiero E appena un microsonno RADIO DELL’EST Specie di sera mi piace Coricarmi ad ascoltare Le onde corte E la modulazione d’ampiezza A captare le radio del mondo Di lingue che non conosco E musiche arabe o balcaniche Dai modi inafferrabili Jugoslavia Polonia Albania M’immagino d’essere un immigrante Bisognoso e sprovveduto Da poco tempo arrivato Sono mio nonno a Filadelfia Sono mio padre a Lucerna O sono io - questa volta Lo straniero Il diverso E mi fa bene SALVA CON NOME Col vento di belle giornate fredde, strano come lo sterco di vacche lontane odori nella metropoli… e sa di buono in confronto. Senza nuvole, a somigliarvi nell’azzurro uniforme, solo scie di Tornado e i Ghibli di supporto. Anche dell’alto e potente si sfilaccia e svapora il segno d’ogni passaggio. Non mi consola né mi compunge. Sul divano, scaldato da una lama di sole, alla mia mano abbandonata il cane fa testine e naso umido. E c’è ancora vita. SIAMO POETI SU INTERNET Siamo poeti su Internet pubblicati in giornata e mai a nostre spese. Siamo poeti internauti Argonauti per le vie ultraterrene del Web nondimeno ineffabile. Onde minori frante e biancheggianti ai fianchi dei grandi marosi (e cosiddette “montoni”), noi cerchiamo il vello d’oro delle velleità di poeta riconosciuto. Tutto iniziò con la solita nuvola in forma di donna… Cherchez la femme… Era… Ed ora… Siamo poeti su Internet sempre in cerca di un nuovo sito come bosco sacro a Marte, assillati dalla quantità prima della fine, teneramente peccando di presenzialismo. Ogni giorno insorgere e riprodursi e diffondersi come un tumore metastatizza, a cercarci nome e cognome tra gli apici e dispiacersi dei motori di ricerca alle pagine trovate dei risultati di circa… “mai abbastanza”. Di più, di più! C’è chi ha superato le mille. Siamo poeti su Internet, il leggibile liberato dal pregiudizio editoriale e divergente, dalla poesia che non vende e non vi si investe. Minimalisti. Inseriamo nel form mandiamo una e-mail, ci scriviamo un profilo importante, clicchiamo qui ed ora, votiamo noi stessi camminando sul velluto verso la Colchide esotica di un qualche successo, del nome noto e imperituro dove la grande simbolica forza del drago avremo domato. Noi non moriremo senza lasciar tracce… fino alla prossima precoce pagina rimossa: File not found! SOLLAZZI DI UN ISTANTE Ulisse è una sfinge canina Dagli occhi semichiusi: si concentra, Il naso gli freme quarantaquattro Volte più del mio quando legge il libro Illimitato degli odori in calma Di vento o nella brezza mutevole. Mi propone l’enigma insolubile Di quel che lui solo sente in sinfonia. L’invidia per questa sua qualità Non mi potrà bastare a possederne, Prima o poi, in egual misura. Pertanto Mi vendico consumando il piacere Di una dolce anguria sotto il gazebo O la sera, dopo cena, una tazzina di nocino. SOUPLESSE Sottozero, sono le dieci e mezzo di sera; fra poco andrò nel letto, sotto la trapunta nuova. Come ogni notte disteso sul ventre chiuderò gli occhi nel nero niente del sonno. E’ vero quel che si dice: ho dormito un terzo di mia vita, almeno, ed ogni notte - per tredicimila notti - mi sono allenato a un’idea di morte che a questo somigli. Eppure, dopo tanto esercizio appropriato, ancora non sono sicuro di essermi abituato la mente ancorché il corpo al supremo ultimo sforzo. SREBRENICA E ALTROVE Non l’angoscia per queste fosse comuni, i corpi ammassati e trasformi, i lugubri impasti di terra e della carne che vi si riporta e sfilaccia; così fa la morte. E’ invece il delirio del delitto che non passa nei secoli a ferirmi! Mi tormenta risapere sempre da capo che l’uomo all’uomo ancora può essergli meno di niente. Perciò anch’io c’entro e mi detesto davanti a ciò che resta di una foto di famiglia o di un perone scheggiato appena fuori da un marcio scarpone. (Labili sentimenti delebili, giusto il tempo di un servizio). SULL’AMACA Non trovo pentagramma per la sferica Sinfonia olofonica della campagna Forme e colori posso io solo vedere Nel taumascopio lisergico Degli occhi chiusi verso il sole Gli odori sono da sempre Indescrivibili e restino tali anch’essi Immerso nel fluido tepore del sudore Galleggio nell’amaca meravigliosa del ventre Che dondola quando la madre cammina TEMPO (Calligramma) Dentro una clessidra di polvere alla polvere è tempo di incontrarci amarci conoscerci viverci lasciarci riprovarci e lasciarsi. Sempre ci vuole tempo che passi, il tempo è bene che passi - il tempo che batte il suo tempo larghetto buono per farci saudade e bossanova; e come ogni nova al massimo splendiamo per tornare a come eravamo con all’incirca un di più o di meno. Domani è un altro giorno e si vedrà, se verrà in tempo di nuovo capovolta la clessidra di polvere alla polvere ed io dentro. UN’ALTRA POESIA (Epifenomeno) La poesia è una metastasi il cambiamento di sede di un processo morboso qual è il cancro del proposito di scriverne ancora VIAGGI DI RITORNO Non guardo fuori ma il doppio che si specchia nel vetro di una finestra la cui lamina argentata è di luci accese, di notti insonni e di viaggi di ritorno intorno a una stanza. E sempre cercare le parole come per dire tutto e barare sulla realtà o siamo fragili, ché non c’è balzo di tigre né natura angelicata quando scalpita in noi la nostra storia unica ma poi niente di speciale. Il poeta ha il mal d’amore come chi fuma sa di fumo e tu, turgida farfalla offesa, ritiri la spiritromba graziosa e mai più succhierai il niente dei suoi fiori artificiali.Davide Riccio, di origini scozzesi, irpine e normanne, è nato nel 1966 a Torino, dove vive svolgendovi dal 1986 l’attività di educatore professionale in favore di disabili e in abito psichiatrico. E’ inoltre giornalista e traduttore (italiano-inglese).
Ha collaborato con il quotidiano “Torino Sera” (cultura in genere, il settimanale “La Val Susa”, il mensile “Oblò” e la rivista di letteratura “Vernice” della Genesi Editrice. Ricercatore e inquirente del C.U.N. (Centro Ufologico Nazionale) tra il 1997 e il 1998, ha collaborato inoltre con alcune note testate ufologiche. Pubblica poesie e racconti dal 1983, prediligendo antologie, riviste e Internet. Musicista polistrumentista e cantante autore con diversi dischi e compilazioni a nome proprio (di cui tre microsolchi tra il 1991 e il 1994, in tempo per togliersi la soddisfazione del vinile ormai morto e sepolto), e in gruppi (molto attivo negli anni ’80 nell’underground rock torinese e tra le avanguardie, concerti etc., a cui sono seguiti solo lavori di studio nei ‘90. Insieme a De Caro, Pontillo e Avenati, è stato uno dei fondatori del “Gruppo Factory”,gruppo aperto di performance di poesia multimediale (reading e recitazione di poesia su musiche, video, mostre, balletti etc. propri e di collaboratori), attivo in teatri, strada, locali etc. tra il 1998 e il 2000 (spettacoli “Alias” e “Telekoma”). Riccio è fra l’altro autore di una biografia storica (la prima e al momento unica) sull’omonimo Davide Riccio (1533-1566, musicista torinese, segretario personale e amante di Maria Stuarda brutalmente assassinato in un complotto di Stato in Scozia). Biografia che si può scaricare e leggere in e-book. Per leggere altre sue opere, ve n’è un discreto numero in rete (consigliata ricerca con Google).
Arte
fantastica contemporanea