Le poesie di Michelangelo Rossato di Venezia

Gli ultimi capitoli

Nelle tenebre una canzone risuona
sotto le scale una canzone.
È la mia cantilena vitale,
monotona e ripetitiva,
quanto basta.
È come una bombola
d’aria, è come una macchina,
che ti tiene in vita.
Negli abissi una canzone risuona
silenziosa e penetrante
quanto basta.
È come un cigno che vola nella notte,
è come un pugnale che taglia il burro.
Nelle tenebre una canzone risuona
succube e in simbiosi con la mia gola,
secca e assetata.
Datemi da bere, o non canterò più.

Indice delle poesie di Michelangelo Rossato


Tutù di spore

Volo come l’aria,
in un carillon di vibrazioni delicate.
Pollini bianchi e vanitosi,
danzano come ballerine dal tutù di spore.
Le foglie appassite volano e sognano,
tranquille, non si posano,
ma rimangono perennemente ibernate. Le rinunce spiccano il volo,
i dubbi fanno le valige, le lacrime si
asciugano. La zucca diventa una lussuosa
e sgargiante carrozza; attenti a non
perdere le scarpe, o a mangiare mele rosse!
Ma ormai le favole sono sogni, e i
sogni si realizzano presto.
In questo vuoto si ha tanto tempo per pensare, cadi
in continuazione, lentamente,
come immerso nell’acqua.
Intanto io continuo a ballare
con i pollini, intanto io continuo a cantare
con i petali dei fiori, che hanno
accettato indubbiamente questo paragone.
Dò un ultimo sguardo ai testi, impercettibilmente
saccenti e sdolcinati.
Volo dal terrazzo, lasciando dietro di me,
una scia di musica sinistra e,
un odore di mistero.

Indice delle poesie di Michelangelo Rossato


Campane al vento

Rintocchi di campane al vento,
sibilanti e pungenti.
Profondi e distorti.
Vibrazioni ultrasonore,
sensibili e impercettibili.
Assordanti e acute Sfiorando
quelle decisioni,
che non ho mai accettato,
sfiorando quei sentimenti, chiusi
in un buio e valoroso cofanetto,
del mio torace.
Suono come una campana al vento,
freddo e incessabilmente inospitale.
I miei occhi si voltano,
cercando di non guardare;
fradicio dei miei desideri,
continuo immune alle loro parole.
Le mie unghie strappano i miei vestiti,
per non strappare i loro occhi,
non sto più in questo corpo,
non sto più dentro questa sfera di vetro.
Sanguino le mie ragioni,
sto annegando in troppa aria.
C’è chi dice che non posso avere un cuore,
c’è chi dice che tra i miei capelli neri
nascondo troppo odio,
c’è chi dice che le mie mani
disseminano polvere amara e tagliente,
c’è chi dice tante menzogne. Ecco,
distinto e forte rintocco della campana,
distinto e forte inaccessibile e fiero
culturista dalle poche speranze.
Assordanti e acute lacrime salate,
cadono dai miei occhi, a terra.
Velenose e tristi, cadendo,
rendono quella terra troppo arida.

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Nascondino

Oggi ci nascondiamo sotto una maschera
di seta bianca, pizzo nero.
Ci nascondiamo sotto la terra,
striscianti e viscidi,
giochiamo a un perenne nascondino,
con la verità.

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Il principe probabilmente

Ho sempre criticato
quegli stupidi arazzi di velluto grigio.
Ho sempre detestato
le teorie basate su castelli di sabbia,
infranti da onde e da caldi spifferi notturni.
Ho sempre rinfacciato giacigli di pensieri,
immersi in acque gelide e tenuti strettamente
in vita da un macabro tubo di plastica.
Ho sempre disprezzato quella gente, decisa
e immortale, sempre impassibile e glauca.
Ho sempre odiato il fatto, di essere
come loro.

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Ti sembrerò frenetico

Non conosci la semplicità delle cose,
non conosci
le belle speranze.
Come puoi far festa,
se sei solamente casuale.
Feticcio di troppe chiromanti
e puramente geocentrico.
Sfrutti al massimo le tue doti e vendi
a qualunque ora la semplicità delle cose.
Gusta la vita che ti è davanti, assaporala.
Sei sempre stato una marionetta,
mi dispiace ammettere che ti sembrerò frenetico
nella scelta del tuo destino.
Permettimi di aiutarti, di insegnarti,
dammi la possibilità.
Dammi la mano e getta quelle pastiglie

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Non averla vista

Dove porta quella strada,
che rimane buia e distinta dalle altre?
Come può un pensiero come quello, non saltare alla mente,
come un grillo che cerca narcisista,
di mostrarsi alle nuvole.
Come possono i miei occhi non averla vista,
quando lei è sempre stata davanti
a me, vicina.
Ma ora la mia bocca non vuol parlare,
quando lei è lontana, quando
lei è vicina, quando lei è qui, con me.
Perché? Vergogna? Paura? Forse è solamente
incertezza.
Ho timore nel dirle
ti amo

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Il respiro dell'ago

Calibrata, dosata
e osservata da diverse angolazioni.
Goccia dopo goccia,
piccoli granelli di una
granulosa clessidra.
Luce tenue, spiraglio fine
come il respiro affannoso di un ago,
che nuota in un velo di broccato.
Piccole materie, essenziali, uguali. Sempre
le stesse, medesime circospezioni,
di studiosi invisibili.
Misurano incontrollabili,
la mia felicità

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La balena bianca

Perché non arriva l’inverno?
Fredda stagione nostalgica.
Voglio sentirmi le dita
gelate, voglio sentire un freddo pungente
sulle mie labbra.
Un fiore blu, fra le nebbie,
una deliziosa sensazione di amnesia.
Arriva presto, mentre ti scrivo le
mie lettere, porta con te le tue tempeste,
i tuoi raggi di ghiaccio, la tua indole
spensierata.
Non sai nemmeno cosa puoi fare,
sei un neonato di neve. Favoleggiato
e addolcito.
Perché non arrivi tu, mio inverno?
Portami via con te, verso le fredde
terre, lascia che mi stenda allargandomi,
come una balena bianca, sulle tue nubi
grige e i tuoi fulmini di immensi.

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Mattino di settembre

Mattino di settembre,
la solita bruma,
bianca e densa sui campi di grano.
Mattino di settembre, una
vaga insonnia,
la tazza verde con quel naso all’insù,
il latte freddo e i profumati
biscotti, dall’odore di una zangola.
Mattino di settembre,
il gallo che non canta,
le campane che svegliano,
le campane che rendono isterici.
L’ometto megalomane
che passa, sovente,
con la carriola in mano.
I risvegli dei passeri e il ritorno
a casa delle ombre.

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Le chiome dei peschi

È tornata la vita, finalmente.
È tornata coi sui spifferi
dolciastri che muovono delicatamente
le chiome dei peschi.
Bambini che giocano,
in un campo di grano;
i passeri si fanno
un caldo bagno di polvere.
Il mio simpatico raffreddore e le lacrime, agli occhi:
sono solo i capelli bagnati e granelli di polvere!
Si, è tornata, anche se altri non la vedono,
è tornata, alle mie labbra come il
sapore del sale
in quei grandi barattoli della nonna.
Lì dove tramonta il sole
sotto il fugace sguardo delle libellule.
Lascio nell’aria un sospiro di solievo,
perché ormai non vedevo più luce
nel mio lungo corridoio.

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Doppia identità

Non possiamo toccarci.
Due identità diverse
e pur sempre,
uguali.
E avrei voluto cambiare,
affermarmi stabile,
trasformarmi e non parlarti mai più.
Ma come si fa?
Non è una materia scolastica
o un libro di tragedie.
Non è giusto mia dolce
metà offuscata
Da quando ho patito la tua dimenticanza,
so solo che avrei dovuto
non perdonarti.
Uno specchio, ideale e famelico,
una scelta di vita e di dolore.
Avrei voluto cancellarti
come un segno malconcio e proibito.
Volevo mutarmi, differenziarmi,
mutarmi o nascondermi sotto mentite spoglia.
Ma non c’è né materia né libro, per
imparare ad accettare questa amicizia.
Non voglio restare uguale a te, non voglio
restare, non voglio continuare a vivere
con una doppia identità.

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Spesso inutile

Hai mai provato, forse,
mio lettore migrante da frase in frase,
da stagioni fredde
a parole calde come l’olio,
hai mai provato quei momenti
di completa insoddisfacenza?
Io sto provando, a sentirmi
spesso inutile,
spesso attaccato alla vita di qualcun
altro, come quei pesci che vivono
al ventre degli squali

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